Progettazione Universale. La diversità nella progettazione

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raffaele-puzio-progettazione-universaleSiamo lieti di ospitare l’intervento di Raffaele Puzio – dottore in Scienze dell’Architettura e Referente CGIL per le disabilità – sul tema della progettazione universale come metodologia che garantisce l’accesso a servizi e prodotti, senza alcuna discriminazione tra diverse categorie sociali ed umane.

 


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© Imagineer remodeling

Progettare per tutti, ovvero la diversità nella progettazione

La progettazione universale – intesa come pensare e progettare per tutti – in qualche modo si riferisce ad un metodo progettuale che prevede un’attenzione più mirata sul tema dell’accessibilità ad ogni categoria di persona, quindi non solo alle persone con disabilità. Se ci cimentiamo in una ricerca su internet può essere molto utile sapere che l’architetto Ronald L. Mace, della North Carolina State University, assieme ad un gruppo di collaboratori coniò il termine “Universal design” per descrivere il concetto di progettazione ideale di tutti i prodotti e gli ambienti artificiali, tali che siano piacevoli e fruibili, per quanto possibile da tutti, indipendentemente dalla loro età, capacità e/o condizione sociale.

Progettare per tutti ha una forte valenza sociale, pensate ai benefici che la società stessa può trarre da una qualunque soluzione universale o, se vogliamo rappresentare una visione più “umanistica”, soluzione “ideale”: si innescano con maggior facilità e semplicità meccanismi virtuosi che consentono anche una reale e concreta partecipazione alla vita collettiva delle persone a vario titolo coinvolte.

In un libro pubblicato dal Ministero spagnolo della Pubblica Istruzione, Affari Sociali e Sport, vengono elencati alcuni oggetti comunemente annoverati tra quelli che in qualche modo sono considerati come “progettati per tutti”: lo spazzolino elettrico, la porta automatica, il trolley ovvero la valigia con le ruote, la cannuccia flessibile, l’audiobook e così via.

Se pensiamo al rapporto che abbiamo con ogni oggetto sopraelencato, ci rendiamo conto che non immediatamente percepiamo che è frutto di una modalità di progettazione universale e, di conseguenza, non riusciamo ad immaginare nell’immediato i benefici di cui ho accennato, ad esempio in termini di partecipazione alla vita collettiva; invece occorre riflettere a tutto campo e soprattutto immaginare ogni soluzione in una progettazione che non si conclude semplicemente al raggiungimento del risultato stesso, ma al contrario che si proietta in un futuro che ci riserverà ulteriori soluzioni, verso dunque una progettazione universale anche nel tempo.

Anche qui proverò ad elencare gli esempi, per descrivere come la progettazione proiettata nel tempo abbia una sua valenza sociale: la porta automatica ha semplicemente offerto alle persone anche la proiezione di come un ambiente può essere ripensato con tecnologie assistive che aiutano le persone ad avere una vita autonoma e indipendente, l’audiobook ha consentito ad un ampio strato di popolazione l’accesso alla cultura, e non solo, altrimenti compromesso per vari fattori ovvero per quelle che definisco le “barriere” invisibili come l’inaccessibilità dei testi alle persone con disabilità visiva, ma anche alle persone che vivono una condizione di disagio sociale che per esempio non comprano libri e scoprono la cultura proprio tramite gli oggetti tecnologici ormai diventati quasi beni di prima necessità.

Con queste semplificazioni in tema di progettazione universale, credo sia ben chiaro come immaginare e pensare soluzioni per le persone con disabilità, in un contesto di progettazione universale, significa proiettare le idee verso una piena e consapevole inclusione globale delle persone che vivono sul nostro pianeta. Per questa ragione ritengo fondamentale, se non addirittura imprescindibile, conoscere i principi e anche il “percorso” che ha consentito la stesura della cosiddetta Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità – oggi Legge dello Stato Italiano n.18/09.

Conoscere non solo i principi, ma anche lo sforzo collettivo che sta dietro questo importante risultato, significa conoscere esattamente come si è cercato in tutti i modi di elaborare proposte e strategie affinché le persone, non solo quelle con disabilità, siano messe nelle condizioni di poter vivere dignitosamente e quindi aver accesso a soluzioni ideali per poter partecipare alle fasi della vita sia individuale che collettiva.

per “progettazione universale” si intende la progettazione di prodotti, strutture, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile, senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate. La “progettazione universale” non esclude dispositivi di sostegno per particolari gruppi di persone con disabilità ove siano necessari.
(Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, art.2)

Dunque, estendere a tutti le soluzioni consente di poter estendere intrinsecamente il principio che tutti siamo nelle condizioni di partecipare, con le proprie caratteristiche e i propri interessi, in pari opportunità, portandoci ad un livello in cui la diversità diventa uno dei tanti “fattori” già inclusi nella cosiddetta coscienza, sia individuale che collettiva. Infatti non è mistero che, al giorno d’oggi, la progettazione ha sempre preso come modello di riferimento non i fattori che caratterizzano la vita collettiva, ma presunti “standard” individuali e collettivi che, al contrario, implicitamente considerano la diversità come fattore di disturbo e non qualificante. Uno studioso napoletano ha teorizzato addirittura l’esigenza di dover progettare passando dalla fase dell’uomo “vitruviano” a quella che lui definisce, senza mezzi termini, la cosiddetta teoria dell’uomo “a-vitruviano”, come elemento di costruzione di una società ideale.

Anche qui proverò a raccontare, con un esempio emblematico, di come spesso soluzioni straordinarie che hanno letteralmente appassionato schiere di persone, purtroppo raccontano come ci sia molto da lavorare; penso alle bellissime stazioni della nuova metropolitana di Napoli, definita metro dell’Arte, come quella, definita addirittura una delle più belle del mondo, la stazione Toledo progettata dall’architetto Oscar Tusquets.

Incuriosito dai tanti premi, citazioni, menzioni d’onore e così via, ho provato ad approfondire le motivazioni dei presunti meriti di tale stazione: tra le varie cito quella molto interessante che vede riconosciuto alla stazione citata il premio International Tunnelling Association, ovvero quello comunemente definito come l’Oscar delle opere in sotterraneo, per la categoria “Uso innovativo degli spazi”.

Clicca qui per vedere l’attribuzione a Napoli come sede del Tunnelling Congress 2019.

La stazione Toledo è un esempio unico di museo decentrato”, scrive l’associazione che ha conferito il premio, “che offre una fruizione dinamica delle creazioni degli artisti, dando ai cittadini la possibilità di viaggiare lungo un itinerario artistico aperto”. E ancora, cito testualmente, la recensione che ha contribuito all’assegnazione del premio: la spettacolare scenografia pensata nei toni del blu,  del nero e dell’ocra – il mare, la terra e il tufo – dischiude riferimenti al paesaggio e all’architettura locali, procedendo per diversi livelli d’immersione e giocando con la rifrangenza luminosa grazie ai vari interventi musivi: dalle ampie superfici azzurre, affidate alle micro tessere dell’azienda Bisazza, ai mosaici di William Kentridge, con riferimenti ai miti mediterranei, al Vesuvio, all’iconografia napoletana. Perfettamente integrati i light box con pannelli lenticolari di Bob Wilson, in cui rivivono le onde del mare.

Sicuramente, arrivati fin qui, sarete incuriositi dal cercare quali presunti “errori” ci siano nella progettazione di questa stazione se si considera che, e chi ha avuto il piacere di entrare in questa stazione lo avrà sicuramente notato, l’accessibilità è garantita grazie a comodi ascensori che portano direttamente alla banchina dove passano i treni.

Ecco, per parafrasare in modo ironico la recensione dell’associazione che ha premiato tale stazione potremmo dire che le persone che, per vari motivi, non possono fruire delle scale mobili, le uniche che consentono il cosiddetto “itinerario artistico aperto”, sono tutto sommato destinatarie di un “itinerario diretto senza distrazioni” che l’arte stessa potrebbe creare alle persone che vorrebbero prendere la metro.

Dunque con estrema sintesi una progettazione universale avrebbe dovuto, potete ben immaginare, costruire un itinerario artistico aperto inteso come fruibile e accessibile a chiunque, altrimenti la parola “aperto” rischia di diventare un concetto purtroppo “ingannevole”.

Una rivoluzione metodologica

Le “aree” di intervento sono innumerevoli, chiaramente gli esempi finora esposti ci danno la misura non tanto delle necessità di intervenire affinché vengano ricercate soluzioni coerenti ma sono indicativi dell’importanza di un radicale cambiamento culturale che vada oltre le semplici soluzioni adottate; una sorta di rivoluzione che in qualche modo ricalchi le forti spinte al cambiamento alla quale, direttamente o indirettamente, abbiamo assistito nei decenni trascorsi.

Pensate all’istruzione obbligatoria e gratuita introdotta in Italia dopo un periodo travagliato; senza dilungarci in una analisi storica sul come è stato normato il diritto all’istruzione, sicuramente è nota a tutti la portata straordinaria che ha consentito l’obbligo scolastico di poter far uscire dall’analfabetismo una parte considerevole di cittadini consentendo loro di non essere letteralmente “schiavi” essendo in pratica incapaci di “decifrare l’ambiente e partecipare alla società in cui vive” (citando la definizione dell’Unesco sull’analfabetismo).

Dunque immaginare di estendere l’accesso all’istruzione a tutte le persone, nessuna esclusa, è un processo e progetto al tempo stesso universale e rivoluzionario: universale perché si immagina di mettere in campo tutte le soluzioni affinché l’istruzione sia alla portata di tutti, rivoluzionario perché il risultato sarà uno stravolgimento di tutti i meccanismi che regolano la società, con un processo a catena che spingerà le persone a immaginare nuove e sempre più complesse rivoluzioni progettuali (che rimanda in qualche modo al concetto di progettazione universale nel tempo).

C’è un aneddoto che mi piace ricordare quando si parla di progettazione universale e di accesso alla cultura ovvero all’istruzione. Non molti anni fa, nelle stazioni e negli autobus comparvero le cosiddette macchine “obliteratrici”, un sistema all’epoca innovativo che consentiva alle persone di poter in qualche modo certificare l’aver adempiuto l’obbligo di acquisto e utilizzo del biglietto di trasporto senza dover rivolgersi al personale di bordo o ai cosiddetti controllori. Se si ricorda i biglietti riportavano la scritta che recitava più o meno così: “Occorre obliterare il biglietto negli appositi spazi delle obliteratrici”. In quei tempi, racconta chi li ha vissuti, tale innovazione e tali scritte erano poco familiari, tali da creare addirittura in qualche situazione un certo imbarazzo per chi non era avvezzo a tali termini: provando a cimentarci come in un “gioco” potremmo immaginare come una progettazione universale avrebbe potuto fornirci la soluzione, io credo che paradossalmente più che utilizzare frasi “semplificate” sarebbe stato lungimirante affiancare alle frasi complesse una spiegazione più semplificata ottenendo il duplice scopo di informare sull’utilizzo corretto dei biglietti e formare le persone ad una maggiore familiarità con parole/concetti più complessi …in pratica un po’ come succede al giorno d’oggi con l’utilizzo degli smartphone e/o tablet dove, al fianco dei manuali che utilizzano terminologie complesse, quasi sempre troviamo foglietti illustrativi anche con immagini, che aiutano le persone ad utilizzare questi strumenti senza troppa difficoltà.

Chiaramente, la progettazione universale non va confusa con il concetto di semplificazione, semmai la semplificazione è un concetto che va introdotto affinché la progettazione sia coerente con l’obiettivo di essere universale. Questa precisazione sento di doverla fare, perché istintivamente siamo portati a pensare che il risultato della progettazione universale sia proprio quella di semplificare gli atti quotidiani della vita, come succede in moltissimi casi, con però il risultato paradossale di proiettare le nostre conquiste e il nostro progresso verso una sorta di “annullamento” delle diversità, delle capacità di ogni singolo individuo, in una omologazione di massa che non sempre porta benefici.

L’esempio emblematico è quello dei bambini che utilizzano con naturalezza tablet e altri congegni elettronici, utilizzo che nella loro età adulta consentirebbe di aver ancor più dimestichezza con nuove conquiste tecnologiche, ma che al contrario impoverisce il livello cognitivo e anche manuale delle proprie capacità (anche se altre teorie sottolineano che tale utilizzo svilupperebbe un approccio multi streaming ai problemi logistici); in questo caso mi limito a sottolineare che ogni conquista o soluzione dovrebbe comunque essere “contestualizzata” ovvero tener conto dell’ambiente e del contesto sociale nella quale intervengono, perché il progresso o lo sviluppo della nostra società deve comunque essere eticamente e socialmente sostenibile affinché i benefici siano rispettosi dell’intero genere umano.

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Concludo citando una ultima interessantissima conquista che già sta facendo discutere la comunità internazionale: la prevista fabbricazione delle cosiddette “Google Cars”, ovvero le “autovetture autonome” o anche più semplicemente le “auto senza pilota”.

Senza dilungarci sugli aspetti tecnici di questa nuova invenzione, mi soffermerò sull’idea che ha spinto a ricercare questa soluzione che, semplificando i concetti, non fa altro che ricalcare l’eterno dibattito tra l’uso del mezzo pubblico e l’uso dell’auto: se a favore del mezzo pubblico ci sono gli aspetti economici, ma anche sociali (il poter dialogare, svolgere altre attività come leggere e scrivere, e così via), a favore dell’auto ci sono, ovviamente, il tema della libertà di orari, di movimenti e anche di maggiore privacy. La novità della progettazione delle autovetture autonome, mettendo da parte il tema della sicurezza che merita un approfondimento più articolato, sta nel fatto che inserisce un elemento che formalmente non è “pensato” nelle progettazioni delle auto con pilota e che non si trova in tutti i mezzi pubblici, esattamente il tema dell’universalità di tale soluzione, non a caso nelle presentazioni dei prototipi, le prime google cars si rivolgono particolarmente nei confronti delle persone con difficoltà di movimento (anziani, disabili, ecc) o persone che, per varie ragioni, non possono dedicarsi alla guida.

Purtroppo il dibattito su questa importante conquista, ancora una volta, non ha preso in considerazione la necessità di dare una chiave di lettura sociale non legata a parametri economici (il risparmio sul tempo, il poter dedicarsi agli “affari”, ecc), ma semmai legata al valore delle relazioni umane come assume ad esempio la possibilità di far uscire dal proprio isolamento innumerevoli persone. Non a caso una riflessione che spaventa molto è quella che se si è in grado di poter progettare autovetture autonome, il prossimo passo dovrebbe essere quello di progettare postazioni di lavoro altrettanto autonome, relegando la progettazione universale ad un concetto non al servizio dell’umanità ma addirittura alla eliminazione delle caratteristiche principali dell’umanità stessa.

Dunque l’invito che mi sento di fare è quello di appassionarsi alla progettazione universale caratterizzandolo da quello che definisco l’umanesimo delle progettazioni universali per parafrasare la definizione dell’umanesimo delle macchine.

©2016 – Raffaele Puzio
©2016 – Consorzio Forma a r.l.

Fonte dell’immagine del titolo “Imagineer Remodeling” (clicca qui per collegarti al sito)