IFTS Campania – Un nuovo importante risultato per il Consorzio FORMA

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IFTS Campania, il Partenariato di eccellenza, coordinato dal Consorzio FORMA si aggiudica un corso di formazione di grande prestigio.

 

TECNICO SUPERIORE PER IL MONITORAGGIO E LA GESTIONE DEL TERRITORIO E DELL’AMBIENTE IN AREE A FORTE CONTAMINAZIONE

IFTS Campania: durata: 800 ore, incluse n. 320 ore di Stage

Il Corso è stato approvato dalla Regione Campania e rientra nell’elenco dei 23 Progetti finanziabili su oltre 100 proposte presentate.

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Il Corso forma un Tecnico Superiore di supporto alla definizione, analisi e caratterizzazione dei territori dal punto di vista delle componenti ambientali e delle condizioni di crisi.
Inoltre assiste studi di progettazione, imprese ed istituzioni attivi nella programmazione, pianificazione e progettazione di interventi di manutenzione e valorizzazione del territorio.

N.B.: Ulteriori aggiornamenti sulle modalità di SVOLGIMENTO del Corso e sui criteri di SELEZIONE dei partecipanti saranno pubblicati sul sito del Consorzio FORMA.

=> IFTS Campania – MONITORAGGIO E GESTIONE TERRITORIO E AMBIENTE IN AREE A FORTE CONTAMINAZIONE

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Perché RIS3 Campania è importante per i professionisti

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RIS3 Campania

Perché RIS3 Campania è importante per i professionisti?

RIS3 – Smart Specialization Strategy Campania 2014-2020. Le regioni d’Europa si confrontano in un contesto altamente competitivo e in continua evoluzione.

La complessità ambientale e la competitività dei sistemi a livello internazionale, da un lato, e la necessità di raggiungere condizioni di leadership industriale e livelli di eccellenza nella ricerca, dall’altro, impongono alle regioni, opportunamente coordinate a livello centrale, di sviluppare percorsi che – basati sulle competenze distintive e sulle risorse specifiche del territorio di riferimento ed in un’ottica di integrazione complementare con quelli di altri territori comunitari – si caratterizzino per:

  • obiettivi strategici basati sulla conoscenza a livello regionale e concentrati rispetto a fondamentali priorità, sfide ed esigenze di sviluppo (priority setting), verso cui orientare gli investimenti nell’ottica di supportare una specializzazione scientifico-tecnologica del sistema della ricerca, integrabile e trasversale, ed il riposizionamento competitivo del sistema produttivo lungo le traiettorie tecnologiche europee, ai fini dell’ottenimento di un vantaggio comparato in specifici ambiti della catena del valore globale;
  • policies in grado di valorizzare i punti di forza, i vantaggi competitivi e il potenziale di eccellenza della regione (competence based), finalizzati a garantire il raggiungimento di una massa critica di risorse e competenze di sviluppo per competere a livello internazionale in coerenza con le priorità sopra definite;
  • azioni in grado di supportare l’innovazione tecnologica, combinando la valorizzazione del sistema della ricerca regionale (knowledge based research) e lo sviluppo della capacità innovativa delle imprese (technology based research), anche attraverso il sostegno a processi di entrepreneur discovery e all’affermazione di aggregazioni stabili, efficienti e qualificate a governare i processi di innovazione in un’ottica di filiera tecnologica (technological cluster);
  • meccanismi di diffusione e divulgazione, promozione e sensibilizzazione in grado di assicurare una piena inclusione e compartecipazione dei soggetti coinvolti nelle diverse fasi del processo di innovazione (open innovation system), dall’esplicitazione dei fabbisogni a quelle di utilizzo della conoscenza (user driven approach);
  • strumenti in grado di assicurare il monitoraggio continuo dell’azione di intervento pubblico e una valutazione ex ante, in itinere ed ex post, della convenienza e validità delle scelte effettuate, oltre che di definire possibili percorsi di upgrading al fine di migliorare i meccanismi di incentivazione ed introdurre meccanismi di incentivazione ed introdurre meccanismi di premialità per le attività di R&S.
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Sviluppo Professionale

Dalle condizioni abilitanti ai percorsi di sviluppo competitivo

Sono le su citate condizioni che concorrono a caratterizzare, in modo intelligente e secondo un vincolo di specializzazione, i percorsi di sviluppo regionale volti a favorire le condizioni idonee a sostenere la competitiva tecnologica delle imprese (Industrial Leadership) e costruire competenze scientifico-tecnologiche distintive (Excellent Science) in linea con una crescita sostenibile dell’economia della conoscenza fondata sulla collaborazione tra gli attori e una coevoluzione nelle varie dimensioni della vita sociale rispetto alle principali sfide globali (Societal Challenges).

Dal punto di vista metodologico, tale approccio presuppone:

1. la definizione dei domini tecnologico-produttivi ovvero la caratterizzazione dei settori produttivi strategici per la crescita regionale ed il loro raccordo con le conoscenze tecnico-scientifiche regionali, al fine di valorizzare le eccellenze in contesto produttivi rilevanti, evitare le duplicazioni, favorire la disseminazione incrociata e ridurre il rischio che i processi di innovazione non trovino effettiva applicazione per il mercato (death valley);

2. la definizione del posizionamento di ciascun dominio produttivo-tecnologico rispetto, da un lato, alla relativa criticità per la competitività regionale, allo sviluppo di tecnologie abilitanti e alla capacità di risposta alle sfide sociali locali e, d’altro, rispetto agli sviluppi attesi della catena del valore globale in cui lo stesso dominio si inerisce, al fine di difendere e valorizzare i vantaggi competitivi posseduti e/o perseguire determinate potenzialità di sviluppo imprenditoriale;

3. l’orientamento intelligente dei processi di innovazione verso obiettivi di rafforzamento competitivo e diversificazione produttiva, in un‘ottica di comparazione internazionale, così rispondendo alle sfide di medio-lungo periodo delineate da EUROPA 2020.

(estratto dal Rapporto Priorità Tecnologiche Regionali Campania 2014 2020)
(fonte: http://burc.regione.campania.it)

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Sviluppo Professionale

Benessere Giovani. Una necessità sociale per la Campania

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Benessere giovani: gli ultimi aggiornamenti dall’Europa risalgono al febbraio 2009.
A che punto siamo? Il programma Garanzia Giovani sta realmente compiendo i passi indicati in questa risoluzione Europea?

Riportiamo le indicazioni che il Consiglio Europeo ha indirizzato agli Stati membri, già nel 2008!

=> Risoluzione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati membri UE, riuniti in sede di Consiglio, del 20 novembre 2008, sulla salute e sul benessere dei giovani [Gazzetta ufficiale C 319 del 13.12.2008].

Giovani e Salute

Benessere giovani. La presente risoluzione sottolinea l’importanza di promuovere la salute e il benessere dei giovani in Europa e incoraggia, fra l’altro, gli Stati membri e la Commissione a prendere misure per integrare le politiche sulla salute dei giovani e coinvolgere tutti i soggetti interessati nell’elaborazione di iniziative in materia di salute.

SINTESI
Benessere giovani: se lo stato di salute dei giovani in Europa è considerato globalmente soddisfacente, taluni settori quali l’alimentazione, l’attività fisica, l’abuso di alcool, la salute sessuale e mentale, continuano a destare particolare preoccupazione. In tale contesto, è fondamentale promuovere uno stile di vita sano, adottare misure preventive e tenere conto delle questioni di genere.

Diversi fattori connessi alle condizioni di vita possono mettere a repentaglio la salute e il benessere dei giovani. Per garantire uno sviluppo sano dei giovani è essenziale un contesto fisico e sociale sano. Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è fornire ulteriore sostegno ai genitori.

Esistono notevoli collegamenti tra la salute e il benessere dei giovani e il loro livello di inclusione sociale e di istruzione. E’ necessario, pertanto, informare i giovani sugli effetti positivi di uno stile di vita sano e aiutarli a diventare maggiormente responsabili della loro salute e più autonomi.

Per garantire l’efficacia della politica sanitaria dei giovani, è necessario valutare la situazione, onde fornire migliori strategie che tengano conto delle esigenze dei giovani e delle differenze nell’ambito di questo gruppo. Le strategie dovrebbero basarsi su un approccio globale e trasversale che coinvolga tutti i settori opportuni. La politica sanitaria dei giovani dovrebbe coinvolgere i livelli locali, regionali, nazionali ed europei e basarsi su un ampio partenariato con i vari soggetti interessati.

benessere-giovani

Il Consiglio invita pertanto gli Stati membri a:

=> integrare la “dimensione giovanile” in tutte le iniziative relative alla salute e ad attuare misure mirate nell’ambito della politica sanitaria dei giovani;

=> coinvolgere tutti gli attori interessati e i giovani nell’elaborazione e nell’attuazione di iniziative in materia di salute;

=> promuovere l’accesso alle attività ricreative, culturali e fisiche dei giovani;

=> prendere in considerazione la salute dei giovani nei programmi e nelle politiche in materia di informazione e di mezzi di comunicazione;

=> promuovere la formazione degli operatori del settore giovanile e delle ONG nell’ambito della prevenzione e della salute.

La Commissione è altresì invitata ad assicurare l’integrazione della “dimensione giovanile” in tutte le iniziative relative alla salute, nonché a coinvolgere gli attori interessati e i giovani in tutte le fasi di sviluppo delle iniziative in materia di politica sanitaria dei giovani.
Il Consiglio invita infine gli Stati membri e la Commissione a collaborare, al fine di:

=> migliorare la conoscenza sulla salute dei giovani, intensificando la ricerca e l’elaborazione di relazioni periodiche su tale tema;

=> inserire i dati sulla salute e sul benessere dei giovani nella relazione triennale della Commissione sulla situazione dei giovani in Europa;

=> sensibilizzare il pubblico sui fattori che incidono sulla salute dei giovani;

=> favorire lo scambio di buone prassi sul tema della salute dei giovani ai livelli locale, regionale, nazionale ed europeo;

=> promuovere l’utilizzo degli strumenti dell’Unione europea (UE) già esistenti per elaborare progetti relativi alla salute dei giovani;

=> incoraggiare una maggiore collaborazione in materia di salute dei giovani fra i giovani e le loro organizzazioni, gli altri attori del settore giovanile e la società civile.

Benessere giovani: il contesto

Il Libro bianco sulla Gioventù del 21 novembre 2001 ha riconosciuto l’importanza della salute quale fattore di integrazione sociale e di autonomia dei giovani e un corollario indispensabile allo sviluppo della loro cittadinanza attiva. Il Patto europeo per la gioventù, adottato nel marzo del 2005, ha ulteriormente enfatizzato la necessità di integrare la “dimensione giovanile” in altre pertinenti politiche europee, in particolare in materia di salute dei giovani.

 

Progettazione Universale. La diversità nella progettazione

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raffaele-puzio-progettazione-universaleSiamo lieti di ospitare l’intervento di Raffaele Puzio – dottore in Scienze dell’Architettura e Referente CGIL per le disabilità – sul tema della progettazione universale come metodologia che garantisce l’accesso a servizi e prodotti, senza alcuna discriminazione tra diverse categorie sociali ed umane.

 


progettazione-universale
© Imagineer remodeling

Progettare per tutti, ovvero la diversità nella progettazione

La progettazione universale – intesa come pensare e progettare per tutti – in qualche modo si riferisce ad un metodo progettuale che prevede un’attenzione più mirata sul tema dell’accessibilità ad ogni categoria di persona, quindi non solo alle persone con disabilità. Se ci cimentiamo in una ricerca su internet può essere molto utile sapere che l’architetto Ronald L. Mace, della North Carolina State University, assieme ad un gruppo di collaboratori coniò il termine “Universal design” per descrivere il concetto di progettazione ideale di tutti i prodotti e gli ambienti artificiali, tali che siano piacevoli e fruibili, per quanto possibile da tutti, indipendentemente dalla loro età, capacità e/o condizione sociale.

Progettare per tutti ha una forte valenza sociale, pensate ai benefici che la società stessa può trarre da una qualunque soluzione universale o, se vogliamo rappresentare una visione più “umanistica”, soluzione “ideale”: si innescano con maggior facilità e semplicità meccanismi virtuosi che consentono anche una reale e concreta partecipazione alla vita collettiva delle persone a vario titolo coinvolte.

In un libro pubblicato dal Ministero spagnolo della Pubblica Istruzione, Affari Sociali e Sport, vengono elencati alcuni oggetti comunemente annoverati tra quelli che in qualche modo sono considerati come “progettati per tutti”: lo spazzolino elettrico, la porta automatica, il trolley ovvero la valigia con le ruote, la cannuccia flessibile, l’audiobook e così via.

Se pensiamo al rapporto che abbiamo con ogni oggetto sopraelencato, ci rendiamo conto che non immediatamente percepiamo che è frutto di una modalità di progettazione universale e, di conseguenza, non riusciamo ad immaginare nell’immediato i benefici di cui ho accennato, ad esempio in termini di partecipazione alla vita collettiva; invece occorre riflettere a tutto campo e soprattutto immaginare ogni soluzione in una progettazione che non si conclude semplicemente al raggiungimento del risultato stesso, ma al contrario che si proietta in un futuro che ci riserverà ulteriori soluzioni, verso dunque una progettazione universale anche nel tempo.

Anche qui proverò ad elencare gli esempi, per descrivere come la progettazione proiettata nel tempo abbia una sua valenza sociale: la porta automatica ha semplicemente offerto alle persone anche la proiezione di come un ambiente può essere ripensato con tecnologie assistive che aiutano le persone ad avere una vita autonoma e indipendente, l’audiobook ha consentito ad un ampio strato di popolazione l’accesso alla cultura, e non solo, altrimenti compromesso per vari fattori ovvero per quelle che definisco le “barriere” invisibili come l’inaccessibilità dei testi alle persone con disabilità visiva, ma anche alle persone che vivono una condizione di disagio sociale che per esempio non comprano libri e scoprono la cultura proprio tramite gli oggetti tecnologici ormai diventati quasi beni di prima necessità.

Con queste semplificazioni in tema di progettazione universale, credo sia ben chiaro come immaginare e pensare soluzioni per le persone con disabilità, in un contesto di progettazione universale, significa proiettare le idee verso una piena e consapevole inclusione globale delle persone che vivono sul nostro pianeta. Per questa ragione ritengo fondamentale, se non addirittura imprescindibile, conoscere i principi e anche il “percorso” che ha consentito la stesura della cosiddetta Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità – oggi Legge dello Stato Italiano n.18/09.

Conoscere non solo i principi, ma anche lo sforzo collettivo che sta dietro questo importante risultato, significa conoscere esattamente come si è cercato in tutti i modi di elaborare proposte e strategie affinché le persone, non solo quelle con disabilità, siano messe nelle condizioni di poter vivere dignitosamente e quindi aver accesso a soluzioni ideali per poter partecipare alle fasi della vita sia individuale che collettiva.

per “progettazione universale” si intende la progettazione di prodotti, strutture, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile, senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate. La “progettazione universale” non esclude dispositivi di sostegno per particolari gruppi di persone con disabilità ove siano necessari.
(Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, art.2)

Dunque, estendere a tutti le soluzioni consente di poter estendere intrinsecamente il principio che tutti siamo nelle condizioni di partecipare, con le proprie caratteristiche e i propri interessi, in pari opportunità, portandoci ad un livello in cui la diversità diventa uno dei tanti “fattori” già inclusi nella cosiddetta coscienza, sia individuale che collettiva. Infatti non è mistero che, al giorno d’oggi, la progettazione ha sempre preso come modello di riferimento non i fattori che caratterizzano la vita collettiva, ma presunti “standard” individuali e collettivi che, al contrario, implicitamente considerano la diversità come fattore di disturbo e non qualificante. Uno studioso napoletano ha teorizzato addirittura l’esigenza di dover progettare passando dalla fase dell’uomo “vitruviano” a quella che lui definisce, senza mezzi termini, la cosiddetta teoria dell’uomo “a-vitruviano”, come elemento di costruzione di una società ideale.

Anche qui proverò a raccontare, con un esempio emblematico, di come spesso soluzioni straordinarie che hanno letteralmente appassionato schiere di persone, purtroppo raccontano come ci sia molto da lavorare; penso alle bellissime stazioni della nuova metropolitana di Napoli, definita metro dell’Arte, come quella, definita addirittura una delle più belle del mondo, la stazione Toledo progettata dall’architetto Oscar Tusquets.

Incuriosito dai tanti premi, citazioni, menzioni d’onore e così via, ho provato ad approfondire le motivazioni dei presunti meriti di tale stazione: tra le varie cito quella molto interessante che vede riconosciuto alla stazione citata il premio International Tunnelling Association, ovvero quello comunemente definito come l’Oscar delle opere in sotterraneo, per la categoria “Uso innovativo degli spazi”.

Clicca qui per vedere l’attribuzione a Napoli come sede del Tunnelling Congress 2019.

La stazione Toledo è un esempio unico di museo decentrato”, scrive l’associazione che ha conferito il premio, “che offre una fruizione dinamica delle creazioni degli artisti, dando ai cittadini la possibilità di viaggiare lungo un itinerario artistico aperto”. E ancora, cito testualmente, la recensione che ha contribuito all’assegnazione del premio: la spettacolare scenografia pensata nei toni del blu,  del nero e dell’ocra – il mare, la terra e il tufo – dischiude riferimenti al paesaggio e all’architettura locali, procedendo per diversi livelli d’immersione e giocando con la rifrangenza luminosa grazie ai vari interventi musivi: dalle ampie superfici azzurre, affidate alle micro tessere dell’azienda Bisazza, ai mosaici di William Kentridge, con riferimenti ai miti mediterranei, al Vesuvio, all’iconografia napoletana. Perfettamente integrati i light box con pannelli lenticolari di Bob Wilson, in cui rivivono le onde del mare.

Sicuramente, arrivati fin qui, sarete incuriositi dal cercare quali presunti “errori” ci siano nella progettazione di questa stazione se si considera che, e chi ha avuto il piacere di entrare in questa stazione lo avrà sicuramente notato, l’accessibilità è garantita grazie a comodi ascensori che portano direttamente alla banchina dove passano i treni.

Ecco, per parafrasare in modo ironico la recensione dell’associazione che ha premiato tale stazione potremmo dire che le persone che, per vari motivi, non possono fruire delle scale mobili, le uniche che consentono il cosiddetto “itinerario artistico aperto”, sono tutto sommato destinatarie di un “itinerario diretto senza distrazioni” che l’arte stessa potrebbe creare alle persone che vorrebbero prendere la metro.

Dunque con estrema sintesi una progettazione universale avrebbe dovuto, potete ben immaginare, costruire un itinerario artistico aperto inteso come fruibile e accessibile a chiunque, altrimenti la parola “aperto” rischia di diventare un concetto purtroppo “ingannevole”.

Una rivoluzione metodologica

Le “aree” di intervento sono innumerevoli, chiaramente gli esempi finora esposti ci danno la misura non tanto delle necessità di intervenire affinché vengano ricercate soluzioni coerenti ma sono indicativi dell’importanza di un radicale cambiamento culturale che vada oltre le semplici soluzioni adottate; una sorta di rivoluzione che in qualche modo ricalchi le forti spinte al cambiamento alla quale, direttamente o indirettamente, abbiamo assistito nei decenni trascorsi.

Pensate all’istruzione obbligatoria e gratuita introdotta in Italia dopo un periodo travagliato; senza dilungarci in una analisi storica sul come è stato normato il diritto all’istruzione, sicuramente è nota a tutti la portata straordinaria che ha consentito l’obbligo scolastico di poter far uscire dall’analfabetismo una parte considerevole di cittadini consentendo loro di non essere letteralmente “schiavi” essendo in pratica incapaci di “decifrare l’ambiente e partecipare alla società in cui vive” (citando la definizione dell’Unesco sull’analfabetismo).

Dunque immaginare di estendere l’accesso all’istruzione a tutte le persone, nessuna esclusa, è un processo e progetto al tempo stesso universale e rivoluzionario: universale perché si immagina di mettere in campo tutte le soluzioni affinché l’istruzione sia alla portata di tutti, rivoluzionario perché il risultato sarà uno stravolgimento di tutti i meccanismi che regolano la società, con un processo a catena che spingerà le persone a immaginare nuove e sempre più complesse rivoluzioni progettuali (che rimanda in qualche modo al concetto di progettazione universale nel tempo).

C’è un aneddoto che mi piace ricordare quando si parla di progettazione universale e di accesso alla cultura ovvero all’istruzione. Non molti anni fa, nelle stazioni e negli autobus comparvero le cosiddette macchine “obliteratrici”, un sistema all’epoca innovativo che consentiva alle persone di poter in qualche modo certificare l’aver adempiuto l’obbligo di acquisto e utilizzo del biglietto di trasporto senza dover rivolgersi al personale di bordo o ai cosiddetti controllori. Se si ricorda i biglietti riportavano la scritta che recitava più o meno così: “Occorre obliterare il biglietto negli appositi spazi delle obliteratrici”. In quei tempi, racconta chi li ha vissuti, tale innovazione e tali scritte erano poco familiari, tali da creare addirittura in qualche situazione un certo imbarazzo per chi non era avvezzo a tali termini: provando a cimentarci come in un “gioco” potremmo immaginare come una progettazione universale avrebbe potuto fornirci la soluzione, io credo che paradossalmente più che utilizzare frasi “semplificate” sarebbe stato lungimirante affiancare alle frasi complesse una spiegazione più semplificata ottenendo il duplice scopo di informare sull’utilizzo corretto dei biglietti e formare le persone ad una maggiore familiarità con parole/concetti più complessi …in pratica un po’ come succede al giorno d’oggi con l’utilizzo degli smartphone e/o tablet dove, al fianco dei manuali che utilizzano terminologie complesse, quasi sempre troviamo foglietti illustrativi anche con immagini, che aiutano le persone ad utilizzare questi strumenti senza troppa difficoltà.

Chiaramente, la progettazione universale non va confusa con il concetto di semplificazione, semmai la semplificazione è un concetto che va introdotto affinché la progettazione sia coerente con l’obiettivo di essere universale. Questa precisazione sento di doverla fare, perché istintivamente siamo portati a pensare che il risultato della progettazione universale sia proprio quella di semplificare gli atti quotidiani della vita, come succede in moltissimi casi, con però il risultato paradossale di proiettare le nostre conquiste e il nostro progresso verso una sorta di “annullamento” delle diversità, delle capacità di ogni singolo individuo, in una omologazione di massa che non sempre porta benefici.

L’esempio emblematico è quello dei bambini che utilizzano con naturalezza tablet e altri congegni elettronici, utilizzo che nella loro età adulta consentirebbe di aver ancor più dimestichezza con nuove conquiste tecnologiche, ma che al contrario impoverisce il livello cognitivo e anche manuale delle proprie capacità (anche se altre teorie sottolineano che tale utilizzo svilupperebbe un approccio multi streaming ai problemi logistici); in questo caso mi limito a sottolineare che ogni conquista o soluzione dovrebbe comunque essere “contestualizzata” ovvero tener conto dell’ambiente e del contesto sociale nella quale intervengono, perché il progresso o lo sviluppo della nostra società deve comunque essere eticamente e socialmente sostenibile affinché i benefici siano rispettosi dell’intero genere umano.

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Concludo citando una ultima interessantissima conquista che già sta facendo discutere la comunità internazionale: la prevista fabbricazione delle cosiddette “Google Cars”, ovvero le “autovetture autonome” o anche più semplicemente le “auto senza pilota”.

Senza dilungarci sugli aspetti tecnici di questa nuova invenzione, mi soffermerò sull’idea che ha spinto a ricercare questa soluzione che, semplificando i concetti, non fa altro che ricalcare l’eterno dibattito tra l’uso del mezzo pubblico e l’uso dell’auto: se a favore del mezzo pubblico ci sono gli aspetti economici, ma anche sociali (il poter dialogare, svolgere altre attività come leggere e scrivere, e così via), a favore dell’auto ci sono, ovviamente, il tema della libertà di orari, di movimenti e anche di maggiore privacy. La novità della progettazione delle autovetture autonome, mettendo da parte il tema della sicurezza che merita un approfondimento più articolato, sta nel fatto che inserisce un elemento che formalmente non è “pensato” nelle progettazioni delle auto con pilota e che non si trova in tutti i mezzi pubblici, esattamente il tema dell’universalità di tale soluzione, non a caso nelle presentazioni dei prototipi, le prime google cars si rivolgono particolarmente nei confronti delle persone con difficoltà di movimento (anziani, disabili, ecc) o persone che, per varie ragioni, non possono dedicarsi alla guida.

Purtroppo il dibattito su questa importante conquista, ancora una volta, non ha preso in considerazione la necessità di dare una chiave di lettura sociale non legata a parametri economici (il risparmio sul tempo, il poter dedicarsi agli “affari”, ecc), ma semmai legata al valore delle relazioni umane come assume ad esempio la possibilità di far uscire dal proprio isolamento innumerevoli persone. Non a caso una riflessione che spaventa molto è quella che se si è in grado di poter progettare autovetture autonome, il prossimo passo dovrebbe essere quello di progettare postazioni di lavoro altrettanto autonome, relegando la progettazione universale ad un concetto non al servizio dell’umanità ma addirittura alla eliminazione delle caratteristiche principali dell’umanità stessa.

Dunque l’invito che mi sento di fare è quello di appassionarsi alla progettazione universale caratterizzandolo da quello che definisco l’umanesimo delle progettazioni universali per parafrasare la definizione dell’umanesimo delle macchine.

©2016 – Raffaele Puzio
©2016 – Consorzio Forma a r.l.

Fonte dell’immagine del titolo “Imagineer Remodeling” (clicca qui per collegarti al sito)

Come fare Agricoltura Sociale in Campania

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Fare agricoltura sociale in Campania.
A Napoli la Conversazione organizzata dal Consorzio FORMA 

FORMA Invito-CONVERSAZIONE-Isca

Fare agricoltura sociale in Campania. Nel quadro delle attività di animazione territoriale al PSR 14/20, il Consorzio FORMA, in collaborazione con il Consorzio MEDITERRANEO SOCIALE e la Fattoria Sociale ISCA delle DONNE di Pratola Serra, presentano la CONVERSAZIONE

LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO: STORIE E PROGETTI DI AGRICOLTURA SOCIALE
“Il caso di eccellenza Isca delle Donne di Pratola Serra, fattoria sociale n.1 in Campania”

26 maggio 2016, h 17.30-19.00
Guida editore, via Bisignano 11, Napoli (piazza Martiri)

Partecipano:

  • Raffaele ROMANO – agronomo, componente Comitato Scientifico Tecnico Consorzio Forma
  • Adele GALDO – psicoterapeuta, direttrice Fattoria Sociale “Isca delle Donne”

Intervengono al dibattito:

  • Lucia COLETTA – Assessorato Agricoltura Regione Campania
  • Salvatore ESPOSITO – Presidente Mediterraneo Sociale
  • Antonio D’AMORE – Coordinamento Associazione LIBERA

La Conversazione sarà l’occasione per una riflessione sull’Agricoltura Sociale in relazione con la programmazione Regionale del PSR 2014/2020. Durante l’evento ci sarà una degustazione dei vini e dei prodotti della Fattoria Sociale.

Fiano-isca-delle-donne
Una bottiglia di Fiano prodotto da Isca delle Donne presentato al Vinitaly 2016

 

Perché una Conversazione sull’Agricoltura Sociale nell’ambito del PSR Campania 2014 – 2020?

Nel 2015 il Parlamento italiano ha varato la prima legge sull’Agricoltura Sociale, apportando una serie di novità.

Viene, infatti, introdotta la definizione di agricoltura sociale. In questo ambito rientrano le attività che prevedono:

  • l’inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e lavoratori svantaggiati, persone svantaggiate e minori in età lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione sociale;
  • prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali attraverso l’uso di risorse materiali e immateriali dell’agricoltura;
  • prestazioni e servizi terapeutici anche attraverso l’ausilio di animali e la coltivazione delle piante;
  • iniziative di educazione ambientale e alimentare, salvaguardia della biodiversità animale, anche attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche;

>le Regioni, nell’ambito dei Piani di Sviluppo Rurale, possono promuovere specifici programmi per la multifunzionalità delle imprese agricole, con particolare riguardo alle pratiche di progettazione integrata territoriale e allo sviluppo dell’agricoltura sociale;

>le istituzioni pubbliche che gestiscono mense scolastiche e ospedaliere possono inserire come criteri di priorità per l’assegnazione delle gare di fornitura la provenienza dei prodotti agroalimentari da operatori di agricoltura sociale;

>i Comuni prevedono specifiche misure di valorizzazione dei prodotti provenienti dall’agricoltura sociale nel commercio su aree pubbliche;

>gli enti pubblici territoriali

  • prevedono criteri di priorità per favorire lo sviluppo delle attività di agricoltura sociale nell’ambito delle procedure di alienazione e locazione dei terreni pubblici agricoli;
  • possono dare in concessione, a titolo gratuito, anche agli operatori dell’agricoltura sociale i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata;

>Viene istituito l’Osservatorio sull’agricoltura sociale, chiamato a definire le linee guida in materia di agricoltura sociale e assume funzioni di monitoraggio, iniziativa finalizzata al coordinamento delle iniziative a fini di coordinamento con le politiche rurali e comunicazione.

Fare agricoltura sociale. Oltre all’innovazione legislativa, vi è da notare che la programmazione dei fondi Europei per lo sviluppo rurale in Campania (PSR Campania 2014 – 2020) prevede linee di finanziamento per l’agricoltura sociale e le attività innovazione e solidarietà. Per approfondimenti sul PSR14/20 e sull’Agricoltura Sociale visita la nostra pagina  => cliccando qui


Cosa sono le CONVERSAZIONI del Consorzio FORMA?

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Per stimolare il dibattito pubblico e le attività di ricerca, il Comitato Scientifico e Tecnico del Consorzio FORMA ha previsto un programma di lavoro 2016-2017 imperniato su riunioni periodiche, eventi e pubblicazione di report e riflessioni sulle nuove frontiere del lavoro.

LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO – CONVERSAZIONI

=> Come fare Agricoltura Sociale – 26 Maggio 2016 ore 17:30 c/o GUIDA editore
=> Tecnologie digitali, cultura ed istruzione – Ottobre 2016 c/o GUIDA editore
=>
Sicurezza e stabilità del territorio – Gennaio 2017 c/o GUIDA

LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO – CONVEGNI

=> Formazione professionale: luci ed ombre. Quali proposte? – Dicembre 2016
=>
Turismo culturale e Recupero Centri Storici – marzo 2017

Le Conversazioni sono incontri di natura conviviale di conoscenza e confronto sugli argomenti scelti dal Comitato. L’articolazione abituale delle Conversazioni è molto snella e prevede:

  • 10 min di inquadramento del tema (a cura di un esperto del Settore)
  • 20-30 min di presentazione di un caso concreto (a cura di un testimone privilegiato)
  • Dibattito 
  • Incontro conviviale

Per maggiori dettagli sul Comitato Scientifico e Tecnico del Consorzio FORMA => clicca qui

Banche e Telco. La guerra è cominciata

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I piani di Google, Apple e Amazon per vendere servizi di deposito finanziario ad elevata redditività in cambio di informazioni sugli stili di consumo e di acquisto

L’occasione per riflettere sulle battaglie in atto tra banche e industrie delle telecomunicazioni (Telco) mi si è presentata in un recente viaggio in Svizzera. Mentre sorbivo un buon the nero indiano, ho ascoltato un’intervista radiofonica che descriveva i piani di Google, Apple e Amazon per vendere servizi di deposito finanziario ad elevata redditività in cambio di informazioni sugli stili di consumo e di acquisto che saranno utilizzate per vendere servizi di pubblicità alle aziende e per influenzare la domanda con strumenti di marketing. E’ verosimile che il tutto sarà anche finalizzato a promuovere canali preferenziali per gli acquisti diretti.

Tornato a Napoli, nelle letture del mattino mi sono imbattuto nell’articolo di Nicholas Griffin (vedi link in basso), un influente commentatore delle strategie e delle evoluzioni dei sistemi finanziari globali. Scrive Griffin:

“Sul mio PC è apparsa una pubblicità in cui Microsoft dichiara che 2 miliardi di persone in tutto il mondo non usufruiscono di servizi bancari  e che Microsoft Cloud sta contribuendo a portare i servizi bancari a ciascuna di queste persone attraverso canali e tecnologie mobili”

L’anno scorso, scrive Griffin, il Mobile Ecosystem Forum (MEF), ha pubblicato la sua terza relazione annuale sul Mobile Money, risultato dallo studio di 15.000 utenti di telefonia mobile in 15 paesi. Il rapporto MEF ha rilevato che il 69% degli utenti di telefonia mobile hanno utilizzato il telefono per svolgere una qualsiasi attività bancaria e il 66% utilizza il proprio dispositivo per effettuare una qualche forma di transazione, confermando l’andamento in crescita del mobile banking e del mobile commerce.

Con l’avvento degli smartphone a basso costo e con l’introduzione di tecnologie di pagamento semplici e multi-device (che lavorano su telefoni non-smart) gli ostacoli al mobile money si sono ulteriormente ridotti.

E qui viene il bello… Gli Emirati Arabi hanno la più elevata penetrazione di smartphone, il 78%! La Nigeria è al 28%, il Kenya è al 26% mentre l’India è al 12%. Guardando questi dati, verrebbe da pensare che il mobile payment ed il mobile money non rappresentino una minaccia per il sistema bancario tradizionale. Tuttavia, se si confrontano questi tassi con la percentuale della popolazione che usa un telefono cellulare (non per forza smart) si può cominciare a capire perché l’industria del denaro mobile stia crescendo velocemente: Emirati Arabi 200%, Nigeria 94,5%, Kenya 71,3% ed India 79%). Nel solo Kenya, il sistema M-Pesa (una piattaforma di mobile money di proprietà di Safaricom e Vodafone) è utilizzato da oltre il 70% della popolazione e continua a crescere.

Il mobile money ha diversi significati nelle diverse aree geografiche del mondo. Nei cosiddetti mercati sviluppati i “portafogli mobili” (mobile wallets) si stanno diffondendo. L’utilizzo di Apple Pay, Samsung Pay e altri servizi simili, come il sistema Beam negli Emirati Arabi, sono visti come opportunità di crescita.

Nei mercati in via di sviluppo come il Kenya, l’India e il Pakistan, l’uso di servizi come M-Pesa e MShwari (piattaforma per ottenere prestiti: mobile loan), sono ormai onnipresenti. Dove le questioni di sicurezza e di fiducia sono importanti per la serenità delle persone e dove un numero crescente di individui non trasporta più denaro liquido, i pagamenti per oggetti e servizi di uso quotidiano vengono effettuati mediante i dispositivi mobili.

Nei mercati di punta della telefonia mobile, il quadro è molto chiaro. Servizi come M-Pesa e Fundamo hanno scatenato una rivoluzione per il mobile money in Africa e in Asia. Ampie fasce della popolazione non dispongono di servizi bancari, ma utilizzano correntemente il telefono cellulare per accedere ai servizi di mobile money e di pagamento di beni materiali, pagare le bollette, trasferire il denaro P2P (da persona a persona) o accedere a beni e servizi digitali. Questi servizi rappresentano, già oggi, una vera e propria e minaccia per le banche così come le conosciamo. Se ci proiettiamo nel futuro di 10 anni, vedremo la maggior parte della popolazione usare i dispositivi mobili per effettuare transazioni che erano in precedenza gestiti dal sistema bancario. Il denaro, come lo conosciamo oggi, diventerà un ricordo del passato.

Ampie fasce della popolazione non dispongono di servizi bancari, ma utilizzano correntemente il telefono cellulare per accedere ai servizi di mobile money e di pagamento di beni materiali, pagare le bollette, trasferire il denaro P2P (da persona a persona) o accedere a beni e servizi digitali. 

Le banche sono state lente a rispondere alla minaccia delle Telco e solo recentemente sono apparse strategie di attacco agli operatori telefonici in alcuni mercati asiatici. Griffin dichiara che a sua conoscenza, ci sono almeno otto banche che hanno lanciato, o stanno per lanciare, la loro offerta mobile money cellulare attraverso un accordo con una Telco. Il futuro, quindi, almeno nei mercati in crescita, è nelle mani dei consumatori.

Ecco i suggerimenti di Griffin alle banche che vogliono sopravvivere all’imminente tsunami delle Telco:

  • Non ignorare le società di telecomunicazioni. Le Telco, infatti, stanno inseguendo i potenziali clienti con offerte amichevoli, sicure e convenienti.
  • Innovare la capacità di offerta al cliente. Pensare a nuovi modi per aiutare i clienti con prodotti e servizi amichevoli, facili da usare “sempre e ovunque”.
  • Controllare il canale di distribuzione. In questo momento, le società di telecomunicazioni gestiscono i propri clienti perché controllano la distribuzione del servizio attraverso la loro rete. Trovare modi per accedere direttamente al cliente senza fare affidamento su un intermediario costoso.
  • Prepararsi ai cambiamenti che interverranno nella regolamentazione. Anche se oggi può essere difficile per le società di telecomunicazioni rubare clienti alle banche, non sarà così per sempre.
  • Comprendere meglio i clienti. Utilizzare i dati, analizzare gli andamenti e le tendenze e soprattutto utilizzare le strategie d’impresa, per offrire alla base di clienti che già si possiede servizi affidabili, convenienti e utili. Non conviene mai voler essere tutto per tutti.

Prendetevi un momento e immaginate un futuro in cui, al posto di una banca nazionale, si utilizza PayPal, Square, Apple, Google o Amazon per tutte le esigenze connesse con i servizi finanziari.

Per quelli di noi che hanno più di 50 anni, l’idea di ricorrere a una qualsiasi di queste società, piuttosto che a un marchio bancario di fiducia sembra risibile e, soprattutto, rischioso. Ma se sei un “millennial” – cioè qualcuno nato tra gli anni ’80 ed il 2000 (una generazione che ammonta a 84 milioni di soggetti nei soli Stati Uniti), questo scenario probabilmente non ti sembra inverosimile. La società di consulenza creativa Scratch (una divisione di Viacom), per tre anni ha intervistato 10.000 millennials di 73 aziende in 15 settori industriali, arrivando alla conclusione che il 73 % di questa generazione sarebbe più attratto da un’offerta di servizi finanziari di una di queste cinque società che dalla propria banca nazionale.

Liberamente adattato dall’articolo “Should Banks be Scared of Telcos?” (clicca sul link) di  Nicholas Griffin, Allen International. 28 marzo 2016.


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La comunicazione nell’Italia di Internet

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La cultura futura

In questo articolo riporto alcuni brevi stralci della recente indagine Treccani – CENSIS sulla trasmissione della Cultura nell’era digitale. Nel documento ho trovato dei concetti e delle considerazioni molto interessanti ed utili per chi si muove nel settore culturale.

Una delle attività primarie del Consorzio FORMA è seguire e monitorare le tendenze sociali, culturali ed economiche per offrire un ventaglio di servizi, innovativi ed efficaci, ai nostri utenti.

Pensiamo che una formazione moderna ed efficace debba necessariamente integrarsi con la ricerca e la comunicazione, per accompagnare il professionista in un percorso di sviluppo e consolidamento di competenze, non soltanto tecniche, ma anche strategiche e gestionali.

L’obiettivo del team del Consorzio FORMA è di fornire al professionista gli strumenti per comprendere e concentrarsi su ciò per cui i potenziali clienti si preoccupano di più, e trovare il giusto vantaggio, in un quadro di riferimento etico.

* * *

La Comunicazione è un fattore strategico del professionista di successo ed offre elementi di comprensione del presente e di intuizione del futuro, utili per elaborare strumenti e strategie efficaci di inserimento nel mercato.

La curiosità per il rapporto Treccani – Censis mi è venuta ascoltando le dichiarazioni che Massimo Bray, ex ministro alla cultura ed attuale direttore dell’Istituto Treccani, ha proposto al programma Fahrenheit di Radio 3. Eccone alcune:

“[…] La disintermediazione è un fenomeno visibile in tutti i campi, non solo nel digitale, ma nel mondo della comunicazione, della cultura, della politica…”

“[…] Con la possibilità che ci offre Internet, di portare “uno ad uno” la comunicazione, stiamo superando un corpo intermedio.”

“[…] È sbagliato mettere in contrapposizione la conoscenza che ci arriva attraverso il libro di carta e la conoscenza rintracciabile nel mondo digitale. Si tratta di strumenti utili finalizzati a ciò che dobbiamo avere a cuore: diffondere la conoscenza ed avvicinare le nuove generazioni alla lettura.”

“[…] Su Facebook, stiamo riuscendo a ricreare quel senso di comunità che probabilmente anche la politica è incapace di creare.”

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Parole, concetti, categorie e riflessioni interessanti. Ho voluto realizzare, quindi, una selezione arbitraria di concetti e considerazioni tratti dal Rapporto Treccani – Censis, che il professionista, di qualsiasi settore e di qualsiasi livello, troverà utili per definire meglio le proprie Strategie comunicative, nel presente e nel futuro.

Here we go…

Italiani digitali, italiani tecnologici
[in Italia gli utenti di internet aumentano anno dopo anno e nel 2014 sono arrivati al 59% della popolazione di 16‐74 anni. Certo, con persistenti differenze geografiche: il 64% al Nord‐Est, al Nord‐Ovest e al Centro, il 50% al Sud, il 54% nelle isole. Certo, meno che negli altri Paesi europei, dove si arriva una incidenza degli utenti del web superiore al 90% in Lussemburgo, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, e ci si attesta all’89% nel Regno Unito, all’82% in Germania, all’80% in Francia.
Ma è impressionante il grande balzo in avanti della spesa delle famiglie italiane per acquistare dotazioni tecnologiche. Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2014, la voce “telefonia” ha più che raddoppiato il suo peso nelle spese degli italiani (+145,8%), mentre nello stesso arco di tempo i consumi complessivi flettevano del 7,5% e la spesa per l’acquisto dei libri crollava del 25,3%. La quota di possessori di smartphone abilitati alle connessioni mobili è lievitata di 10 punti percentuali solo nell’ultimo anno.]

 

Multitasking
[L’abitudine al multitasking può indebolire la capacità mnemonica e di attenzione prolungata, al punto da proiettarci in uno stato di attenzione parziale continua, non soltanto per la possibilità di essere raggiunti in ogni momento, ovunque ci troviamo, da e‐mail e messaggi istantanei, ma anche per il numero crescente di notifiche automatiche da cui siamo raggiunti grazie ai lettori di feed, gli aggregatori di notizie, i social network, ecc.   Prevale, inoltre, una sensazione di annullamento dello spazio e del tempo indotta dalla familiarità con gli strumenti telematici. Possiamo raggiungere chiunque, ovunque si trovi, e possiamo ottenere qualunque informazione in un batter d’occhio; di conseguenza ci abituiamo ad avere una risposta immediata a ogni nostra richiesta, ma anche a reagire istantaneamente a ogni stimolo che proviene dal mondo: non si annulla solo il tempo di attesa esterno, ma anche quello di risposta del foro interno.]

Pagina stampata o schermo?
[Quando i messaggi passano attraverso lo schermo, inevitabilmente gli elementi emotivi hanno la meglio su quelli cognitivi, la reazione immediata come riflesso condizionato (dunque come pregiudizio) ha il sopravvento sulla riflessione mediata di tipo intellettuale (il giudizio), la percezione del reale come istante presente (affermazione del sé) prende il posto della elaborazione del proprio essere nel tempo (responsabilità verso gli altri).]

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Testi infiniti, autori plurimi e sconosciuti…
[Con ciò cambiano anche le risorse stesse della cultura: ora i testi diventano “aperti”, cioè non più completi e definitivamente compiuti, protetti, vincolati a una inequivocabile imputazione di responsabilità dell’autore, bensì continuamente soggetti a possibili integrazioni, revisioni, manipolazioni. Il che implica una metamorfosi del concetto stesso di autore, che ora diviene plurimo e anonimo.]

Nomadismi ed autoreferenzialità
[tendenzialmente, all’ubiquità dei media digitali corrisponde la prassi del “nomadismo” mediatico: si può saltare da un mezzo all’altro con grande fluidità, i canali di accesso risultano moltiplicati, si afferma uno schema di esplorazione conoscitiva “per deriva”, in cui la gerarchizzazione delle fonti appare superata, perché conta di più il gioco di rimandi, così come la prassi dell’autoassemblaggio delle nozioni mette in crisi la tradizionale autorevolezza dell’autore.
Questa tendenza rende sempre più marginale la funzione di “filtro” delle informazioni e delle nozioni svolta dalle aziende editoriali e dalle istituzioni culturali. Fino ad arrivare alla possibilità – complici vli algoritmi di Google – di costruirsi un percorso talmente personale da rendere i media non delle finestre da cui affacciarsi sul mondo, bensì degli specchi in cui ammirare un paesaggio fatto a propria immagine, in cui sono riflesse solo notizie e nozioni che si adeguano alle nostre convinzioni e aspettative, sancendo così il trionfo dell’autoreferenzialità.]

Mutazioni
[C’è da chiedersi se non sia in atto una vera e propria mutazione antropologica legata ai processi di disintermediazione digitale penetrati anche nel campo della formazione della conoscenza:

‐  alla prassi della disintermediazione digitale corrisponde la propensione all’aggiramento dei tradizionali “garanti del sapere” (i maestri, gli autori, le biblioteche)?
‐  è concreto il rischio che, facendo ciò, si finisca per soprassedere ai doverosi “controlli di qualità” delle fonti e si finisca per ridimensionare l’autorità di figure fondanti del sapere, come l’insegnante, e di istituzioni culturali e agenzie formative, come la scuola e la casa editrice (che diventerebbero le “vittime” dirette dell’affermazione della prassi della disintermediazione digitale nel campo della cultura)?]

Pochi laureati
[In Italia abbiamo un tasso di laureati che, sebbene crescente nel tempo (+4,3% nell’ultimo decennio), è fermo al 15% della popolazione in età attiva (15‐64 anni), molto meno della media europea (25,8%), per non parlare dei valori di Paesi come Svezia (32,8%), Regno Unito (35,4%), Francia (29,7%).]

Pochi lettori
[Il numero di lettori è stabilmente basso (nell’ultimo anno solo il 41,4% della popolazione ha letto almeno un libro nel corso dell’anno), e non può essere di conforto il fatto che la quota di “lettori forti” (che hanno letto più di 12 libri l’anno) è pari al 14,3% ed è aumentata di 3 punti negli ultimi vent’anni, tanto da poter parlare di una deriva elitaria nella lettura dei libri.]

Molti non lettori
[La quota di non lettori (neanche un libro l’anno) in Italia è pari complessivamente al 56,5% della popolazione, resta alta (il 23,7%) anche tra i laureati, corrisponde a quasi la metà dei diplomati (il 46,9%).   Per concludere il quadro, bisogna rimarcare che negli ultimi dieci anni si è allargata la forbice generazionale: mentre le persone più avanti con gli anni leggono di più, in particolare gli ultrasessantenni (+6,2% tra i 60‐64enni nel periodo 2005‐2014 e +7,7% tra i 65‐74enni), tra i giovani la dinamica è di segno opposto (‐5,1% tra i 20‐24enni e ‐3,9% tra i 25‐34enni).]

Gli strumenti del sapere
[ il libro cartaceo è ancora il “dispositivo” del sapere più utilizzato con riferimento a diversi generi editoriali: per leggere romanzi, racconti, poesie (78,7%), saggi (71,9%), testi scolastici e universitari (67,1%), opere illustrate (59%). Ma ecco comparire la rottura di paradigma: per “sfogliare” guide turistiche si usa molto il pc (29,1%); ancora di più per consultare una enciclopedia (il 60,6% utilizza il pc, il 7,4% adopera il tablet, il 5,8% lo smartphone, contro il 18,7% che in questo caso usa testi cartacei); e tra chi interroga il dizionario, più della metà (il 56,2%) lo fa attraverso il video del computer, ben più di quanti (il 21,8%) usano ancora il vocabolario cartaceo.]

A chi credere
[La figura più rappresentativa della cultura è lo scienziato (viene indicato al primo posto dal 22,2% del campione), segno che il sapere scientifico ha assunto nel tempo una maggiore considerazione rispetto alle discipline umanistiche; ‐  ma segue subito dopo l’intellettuale (19,3%), poi il filosofo (15,7%) e la figura emblematica della trasmissione della conoscenza, cioè il maestro, l’insegnante (14,9%); ‐  le figure umanistiche, come lo scrittore (10,9%), il poeta (2,8%) o l’editore (2,8%), vengono successivamente.]

La disintermediazione ed il “fai da te”
[Il primato dell’informazione “fai da te”. Oggi le prime cinque fonti impiegate dagli italiani per informarsi sono: i telegiornali (utilizzati dal 76,5% della popolazione), i giornali radio (52%), i motori di ricerca su internet come Google (51,4%), le tv all news (50,9%) e Facebook (43,7%). L’utenza delle tv all news è aumentata del 34,6% rispetto al 2011, Facebook del 16,9%, le app per smartphone del 16,7%, YouTube del 10,9% e i motori di ricerca guadagnano il 10% dell’utenza di informazione. I mezzi cartacei (quotidiani, settimanali, mensili) vengono molto dopo, con quote di utenza intorno al 30% e in flessione nel tempo.]

Le fonti della conoscenza
[Si è definita, quindi, una nuova gerarchia delle fonti di informazione. Questa trasformazione è ancora più evidente se si considera l’impiego dei media informativi distribuito per classi d’età. Tra i più giovani al primo posto si colloca Facebook come strumento per informarsi (71,1%), al secondo posto Google (68,7%) e solo al terzo posto compaiono i telegiornali (68,5%), con YouTube che non si posiziona a una grande distanza (53,6%) e comunque viene prima dei giornali radio (48,8%), tallonati a loro volta dalle app per smartphone (46,8%). I lettori di giornali scendono inesorabilmente al 25,1%.]

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Ho riportato soltanto pochi elementi, per riflettere su come organizzare l’esistenza – e la sopravvivenza! – delle diverse agenzie culturali in questo nuovo ecosistema di trasmissione del sapere. Come sostiene Massimo Bray, si sta configurando un ruolo interessante per i nuovi strumenti di diffusione del sapere, i social. Ne riparleremo su questo Blog.

Intanto, consiglio vivamente il documento Treccani – Censis. Lo trovi a questo link

Buona lettura!

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Le vie della formazione. Una casa editrice per i liceali

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Assistenza al business plan per assicurare i tirocini obbligatori nelle scuole

L’ultima riforma dell’istruzione voluta dal governo Renzi introduce una novità importante per le scuole superiori: da quest’anno per chi è iscritto al liceo scatta il tirocinio obbligatorio. Una pratica già avviata da tempo negli istituti professionali e nei tecnici che per la prima volta viene estesa dalla Buona scuola anche a tutti gli studenti del liceo classico, dello scientifico, del linguistico e degli altri indirizzi liceali. I tirocini di 200 ore, prescritti a partire dal terzo anno di studio, sono diventati indispensabili per raggiungere il diploma.

Gli studenti in attesa di uno stage saranno tanti, e bisognerà trovare i settori in cui impegnare le ore che i ragazzi dovranno trascorrere lontani dalle aule scolastiche. In questa nuova circostanza, gli editori, propongono la loro disponibilità alla sperimentazione presso i licei di un accompagnamento per una simulazione d’impresa, da offrire ai ragazzi come alternativa al tirocinio obbligatorio in azienda.

L’idea è quella di far elaborare loro un business plan per il progetto e dare vita ad una casa editrice, una casa editrice di istituto, che possa consentire ai docenti di guidare gli studenti ad avviare un’attività d’impresa, senza il vero e proprio rischio  d’impresa. Questo impegno, per tre anni, andrà a sostituire il tirocinio.

Nel business plan, andrebbero previste le scelte strategiche dell’impresa editoriale a partire dalla individuazione del pubblico di lettori cui rivolgersi, con tanto di riunioni sulle strategie di marketing, sulla scelta delle collane editoriali, le decisioni e le scelte degli autori su cui puntare.

Nel giro di un anno si potrà passare, poi, alle attività di redazione vera e propria, fra letture e correzioni di bozze, traduzioni, decisioni su titoli e copertine. In questo modo, sarebbe risolta una quantità di problemi di difficile soluzione, a cominciare dal come trovare le aziende disposte ad accogliere ed ospitare fisicamente le centinaia di ragazzi per ogni istituto. Si consentirebbe, inoltre, ai giovani di vivere una vera e propria esperienza professionale sul campo ed alle aziende, perché no, di identificare bacini da cui poter attingere per recuperare personale già qualificato per un successivo impiego.

Tratto dall’Articolo pubblicato dall’editore Diego Guida su La Repubblica Napoli, 23 gennaio 2016. (Clicca qui)

Sul tema vedi anche “Ai piedi del Vesuvio l’alternanza scuola-lavoro arriva alle medie” (clicca qui)


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L’Italia esposta ai rischi. La percezione della gente

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(Tempo di lettura stimato: 4 min.)

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Interessante l’analisi di Ugo Leone (L’ANNO CHE VERRÀ, 12 gennaio 2016 | Centro studi Città della Scienza, Napoli) sulla percezione dei rischi in Italia.

<<(…) l’esposizione al rischio sismico è percepita come molto o abbastanza elevata in Campania (66%), Marche (65%), Emilia-Romagna (64%), Sicilia (63%), Calabria e Abruzzo (61%). E ancora più significativo è il dato secondo il quale la percezione di rischio sismico molto elevato è notevolmente cresciuta rispetto al 2012 in Emilia (30%, con un aumento del 19%), Calabria (33%, +6%) e Abruzzo (26%, +15%), evidentemente, soprattutto con riguardo alla Emilia Romagna, a seguito degli eventi degli ultimi anni. Al contrario, le regioni nelle quali l’esposizione è ritenuta minore sono Trentino-Alto Adige (2%), Lombardia (3%) e Sardegna (4%).

È facile comprendere, ed è un’ulteriore sottolineatura delle motivazioni alla base della percezione, che per quanto riguarda il rischio di eruzione vulcanica l’esposizione è percepita soprattutto nelle due regioni dove sono presenti vulcani attivi: il Vesuvio e i Campi Flegrei in Campania (51%) e Etna ed Eolie in Sicilia (30%).

Diversa è la percezione del rischio derivante dal dissesto idrogeologico. Il rischio frane è considerato molto o abbastanza elevato soprattutto in Valle d’Aosta (56%), Calabria (42%), Campania (27%) e Liguria (24%), con una percezione di rischio aumentata in Valle d’Aosta (+33%), Calabria (+2%), Marche (+8%), e Sardegna (+6%). Mentre l’esposizione al rischio di alluvioni è percepita soprattutto in Liguria (49%), Calabria (46%) e Valle d’Aosta (44%), con aumenti significativi in Calabria (+7%) e Sardegna (+7%).>>

>>> Ti consigliamo di Leggere l’articolo completo di Ugo Leone


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